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mercoledì 18 aprile 2012

Primavera araba scientifica? Ma anche no!

Scrive Nicola Nosengo (estraggo un pezzo che mi ha colpito):
Fin qui, però, si parla di alterare il modello di business ("chi paga per le ricerche?"). Ma il processo che porta una ricerca ad essere accettata e pubblicata rimane intatto. E’ sempre la buona vecchia peer review, per cui l’articolo in bozza viene mandato a tre o più revisori anonimi e indipendenti, che dopo aver chiesto modifiche e chiarimenti decretano se quella scoperta merita di essere considerata tale. PLoS non funziona diversamente da Nature, in questo senso, fa solo pagare il lavoro a qualcun altro.
Cioè il ricercatore che quella ricerca l'ha fatta, tagliando così automaticamente buona parte di quella buona ricerca che non può permettersi di sostenere l'Open Access come modello di business (non che non si possa creare un open access sostenibile per tutti, ma credo che non lo si voglia creare perché converrebbe solo ai ricercatori e ai lettori specializzati dei paesi con pochi fondi). C'è poi la questione della peer review che viene affrontata da Jacopo nei commenti:
Senza offesa ma ho l'impressione che l'autore di questo post abbia una visione un po’ naive e romantica di come funziona la ricerca scientifica.
Creare riviste dove gli articoli siano di libero accesso non solo è possibile ed auspicabile ma ci sono già diversi esempi più o meno funzionanti (oltre il celeberrimo PLoS anche Physical Review X ed altre ci stanno provando). Fin qui nulla da obbiettare. Mi lascia invece molto più perplesso l'idea che si possa fare senza peer review. Se è vero che un numero microscopico di ricerche ottengono una visibilità tale da produrre una "review" rapida ed affidabile da parte di una larga fetta di pubblico, il 99,99% della ricerca non gode di questa fortuna. La stragrande maggioranza degli articoli infatti vengono letti solo dagli specialisti del settore e il motivo è che solo gli specialisti sono seriamente in grado di capirli e giudicarli. E non parlo solo di cose oscure ed esoteriche. Anche i lavori da premio Nobel non ricevono abbastanza attenzione medietica da potersi affi8dare al crowd-sourcing per la peer review.
E d'altra parte, ce ne è veramente bisogno? Gli scienziati di tutto il mondo fanno da revisori degli articoli in modo gratuito e volontario. Il costo per una rivista di avere 3 tre revisori specializzati nel settore per ciascun articolo è esattamente zero. Perché cambiare un sistema che funziona con uno che (in tutta evidenza) funziona solo una volta su un milione?
Direi che forse la questione più importante sono proprio i costi ingiustificati (come ha scritto Peppe da qualche parte su Rangle - e non solo -, e che viene affrontata anche da Bob O'Hara sul network di blog di Nature) delle riviste scientifiche, costi che grazie all'open access gli editori (PLoS in testa) vorrebbero spostare dai lettori ai ricercatori, e questo, in buona sostanza, genera un problema non trascurabile...

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