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sabato 6 febbraio 2016

I talpuri di Sio su Topolino #3141

Dopo l'uscita del solo storyboard sullo speciale Topolino incontra Sio, arriva sul settimanale disneyano per eccellenza la versione completa, disegnata da Stefano Intini della prima storia lunga di Sio: Zio Paperone e la monetona della terra dei talpuri.
Il giovane fumettista e youtuber approda su Topolino grazie a Tito Faraci. Il suo esordio, avvenuto a fine ottobre (quindi in piena Lucca Comics 2015) è stato esaminato dal sottoscritto in un lungo articolo a quattro mani con Andrea Bramini. Di quanto scritto, vado a proporvi (con poche modifiche nella parte iniziale), la sezione dedicata alla storia uscita sul Topo attualmente in edicola.
Talpuri e monetone
La storia scritta da Sio risulta sorprendentemente efficace sia nella caratterizzazione dei personaggi sia nella costruzione di un'avventura di ampio respiro, pur non rinunciando alla nutrita presenza di gag, ora di stampo classico ora tipicamente surreali. A dare un valore aggiunto all'avventura raccontata ci sono poi le evidenti influenze di autori classici disneyani, che rendono la storia godibile anche per i lettori tradizionali di Topolino.
Citazioni e omaggi iniziano sin dal titolo, che ricorda quelli delle avventure esotiche scritte da Rodolfo Cimino. La trama, d'altra parte, ricorda quella di Zio Paperone e il decreto reale di Michele Gazzarri e Giorgio Bordini: in entrambi i casi Paperone si prepara a inaugurare una collezione di monete unica (su cui Sio si diverte a ideare variazioni inesistenti di monete reali), cui risulta mancare un pezzo fondamentale, una "monetona".
Mentre nel caso di Gazzarri e Bordini la ricerca della "monetona" costituisce solo la prima parte della storia, per Sio è invece lo spunto per spedire i paperi in Australia: è in questo caso che l'autore spiazza il lettore sostituendo, con una più che plausibile motivazione, Paperino con Paperina.

martedì 2 febbraio 2016

Una buona dose di frusta

La così detta legge di Lynch asserisce che, in caso di furti o altri delitti
l'accusatore diventa anche testimone, giuria, giudice ed esecutore della sentenza, mentre l'imputato viene punito sulla base di un semplice sospetto.
All'applicazione di questa legge ai danni di un osange stava per assistere Washington Irving nel viaggio citato nel post precedente. Per fortuna dell'indiano, i suoi buoni propositi erano più che evidenti: egli, infatti, stava riportando al villaggio un cavallo perduto, mentre il colono possessore di quel cavallo lo accusava di averlo rubato, pretendendo il giusto castigo (una serie di frustate).
L'intero episodio mi ha fatto pensare alla pretesa, da parte di un certo noto partito, gli italiani odierni agli indiani e i migranti agli europei dell'epoca, eppure per come Irving ha descritto l'episodio, non sono riuscito a trovare conferma di un simile accostamento, anzi mi è sembrato che invece il colono europeo di quel selvaggio west fosse piu proficuamente interpretablie da un qualsiasi componente a vostra scelta di quel partito di cui sopra.
Quando paragono il nobile contegno e il comportamento franco dellindiano al viso sinistro e alla prepotenza dell'uomo bianco, non ho molti dubbi su chi si meritasse una buona dose di frusta.
Irving proprio a questa legge fa risalire l'origine delle guerre indiane contro i coloni europei e dunque le difficoltà di integrazione tra la società presente sul territorio, fondamentalmente senza leggi e fondata da gruppi di cacciatori/raccoglitori, e quella in arrivo, di fatto una società agricola gerarchica.
Per sua stessa definizione, una struttura gerarchica porta con sé anche delle leggi, e proprio questo era il maggior problema degli indiani d'America, non acendo essi una struttura legislativa comune, nella migliore delle ipotesi. Scrive, infatti, Ken Gonzales-Day(1):
Studiando la casistica, si scopre che gli indiani d'america erano molto spesso linciati quando specifici crimini venivano attribuiti a specifici individui o piccole bande. Le accuse più comuni sembra siano state per omicidio o per aver rubato. Questo non vuol dire che essi erano colpevoli di tali accuse, ma semplicemente per osservare che si credeva che essi avessero commesso i crimini. Il punto che il giusto processo è stato raramente esteso agli "indiani" era complicate dal loro status giuridico. Poiché essi sono stati raramente portati in giudizio, non si conoscerà mai la verità delle accuse.
Come più avanti osserva Gonzales-Day, nemmeno un giusto processo riesce a scavare a fondo la verità: nel 1852 tre nativi americani sono stati linciati a Bridgeport per omicidio: la piccola banda, composta da quattro individui, venne accusata e prontamente cercata grazie a dei testimoni che li avevano visti intorno alla casa del morto all'incirca un'ora prima del crimine.
Sulla base di un semplice sospetto, i quattro vennero arrestati e processati per direttissima, senza possibilità di difesa e, per ironia della sorte, solo uno riuscì a salvarsi per insufficienza di prove.
Questi contrasti e difficoltà di integrazione sono spiegabili in molti modi, non ultimo il falso senso di superiorità che da sempre ha contraddistinto gli europei
(1) Da Lynching in the West, 1850-1935
Sui linciaggi leggi anche:
Lynching in the United States
Lynching and Native Americans

domenica 31 gennaio 2016

Bisogna saper aspettare con Topolino #3140

Topolino 3140 è un numero interessante e divertente per almeno due buoni motivi. Il primo è legato alla scienza e il secondo alla fantascienza.
Effetto "N"
I percorsi della scenza sono vari e spesso tortuosi. Ad esempio Henri Poincaré ebbe bisogno di una sorta di mini vacanza per risolvere un problema matematico particolarmente spinoso. E' con questo spirito che si deve immaginare Archimede in vacanza ne Il misterioso effetto "N", gradevole storia di Augusto Macchetto per i disegni di Paolo De Lorenzi che vede coprotagonista, anche se per poche vignette, la scienza e la sua storia. Ad esempio gli ingredienti base per l'invenzione della fotografia erano tutti presenti da tempo: il nitrato d'argento, detto anche sale d'argento, la camera oscura e le lenti.
Le lenti sono sicuramente lo strumento più antico: ad esempio quella rinvenuta a Nimrud risale al VII secolo a.c. e probabilmente non serviva come elemento decorativo (diciamo che ancora non si sa a cosa servisse!).

venerdì 29 gennaio 2016

Le basi americane della filosofia cimmera

Fondamentalmente la filosofia cimmera, o howardiana, si fonda su quanto affermato da uno dei personaggi di contorno in Oltre il fiume nero:
La barbarie è lo stato naturale dell'umanità. La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie, alla fine, deve sempre trionfare.
Non voglio perdermi nel cercare il senso di questa affermazione, ma semplicemente cercare di capire da dove essa potrebbe originarsi. E un possibile indizio potrebbe trovarsi all'interno di Viaggio nelle praterie del West di Washington Irving.
Considerato il padre della letteratura statunitense, Irving si era dedicato, nel 1832, all'esplorazione del West. Una volta concluso il suo viaggio, solo dopo molte insistenze lo scrittore mise mano ai suoi appunti per redarre il diario di quell'esperienza. E proprio in questo diario, riproposto in Italia dalle sempre encomiabili edizioni spartaco, propone nelle sue fasi iniziali un passo che può essere considerato come fondativo della filosofia cimmera:
Tale è lo spirito di indipendenza di un selvaggio: equipaggiato di un fucile, una coperta e un cavallo, era pronto su due piedi a perdersi nel mondo; portava addosso tutto quello che aveva e - privo di altri desideri - conosceva il segreto della libertà. Noi "civilizzati", invece, siamo schiavi tanto degli altri quanto di noi stessi; le cose superflue sono le catene che ci avvincono, immobilizzando il corpo e l'anima.
Si potrebbe quasi dire che in ciò si trova il peccato originale del sogno americano, la distruzione di quel senso di libertà rappresentato dall'indiano osage di cui sta raccontando Irving e che per certi versi Howard rimpiange attraverso Conan.

giovedì 28 gennaio 2016

Il terrorista e il professore

Il 27 aprile 1981 [Ciro] Cirillo venne sequestrato dalle Brigate rosse a Torre del Greco. Il suo sequestro, durato 89 giorni, fu al centro di durissime polemiche: a differenza del sequestro Moro, infatti, lo Scudo Crociato optò per la trattativa con i terroristi.
La sua liberazione avvenne tramite intrecci mai del tutto chiariti, che videro probabilmente anche la mediazione di Francesco Pazienza, faccendiere legato ai servizi segreti, e Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata: per quella vicenda l'ordinanza del giudice Alemi nel 1988 chiamò in causa anche Antonio Gava. Vent'anni dopo il suo sequestro, Cirillo concesse un'intervista al giornalista Giuseppe D'Avanzo in cui affermò d'aver scritto la verità sulla sua vicenda ma di volerla rendere nota solo dopo la sua morte; inoltre, disse che una volta tornato in libertà il suo partito gli chiese di farsi da parte e di ritirarsi dalla politica, cosa che egli fece seppur a malincuore.
In un'Italia dove le pentole sono state scoperchiate e tutto ormai sembra corrotto o corruttibile, l'idea raccontata ne Il terrorista e il professore che in qualche modo camorra e brigate rosse siano venuti a contatto, persino collaborando, non è stupefacente.
La vicenda, raccontata dal giornalista Vito Faenza, è semplice e veloce e racconta del rapporto praticamente di amicizia tra un capo camorrista e un brigatista, seppure non attivo sul campo, che si ritrovano in un presunto carcere di massima sicurezza. Al di là delle possibilità dei due di poter sfuggire alla sorveglianza, seppur per poco tempo, assume particolare interesse la descrizione di Faenza del rapporto tra i due personaggi principali del romanzo, a loro modo contemporaneamente traditori e traditi. I due protagonisti, infatti, si rivelano marionette, seppure di livello differente: nonostante una amicizia e un rispetto reali e reciproci, "il terrorista", e con lui le cellule del movimento, viene usato per scopi criminali, i quali però assumono risvolti politici a causa del coinvolgimento di strani "uomini in nero", si potrebbe dire.
La chiave di tutto diventa la consapevolezza del tradimento, dell'essere stati usati, la consapevolezza che il potere, quando vuole, può utilizzare gli ideali degli uomini, trasformarli a suo vantaggio.
La vicenda narrata, come ho successivamente scoperto, è fondamentalmente vera, partendo da un rapimento, quello del democristiano Ciro Cirillo, vicenda, per quel che è possibile, ricostruita e ottimamente inquadrata nel suo contesto storico da Emiliano Di Marco. Non aggiungo nient'altro se non che, quando un romanzo, per quanto presenti elementi fantastici, stimola all'approfondimento, allora è degno di lettura tanto quanto la vicenda che l'ha ispirato.

martedì 26 gennaio 2016

Un po' di matematica in Ant-Man

Ho avuto la fortuna di vedere con un certo anticipo il film Ant-Man, sebbene in versione originale pur se sottotitolato. Al di là di quanto poi ho scritto nella recensione per LSB, il film mi aveva catturato sin dall'inizio grazie ai titoli di apertura. Grazie a Carlo Coratelli è stato possibile intervistare Erin Sarofsky (versione inglese), che con la sua azienda, la Sarofsky Corp. ha realizzato proprio questi titoli. A quel punto non mi sono lasciato perdere l'opportunità di proporre un paio di domande proprio su quei titoli. Di seguito domande e risposte (la traduzione, però, è la mia a partire dalle risposte originarie):
Molto bella l'animazione iniziale di Ant-Man, che sembra ispirata da Power[s] of Ten dei fratelli Eames. Può essere considerata fonte primaria per questo specifico lavoro?
Assolutamente! Siamo stati molto ispirati dal film degli Eames. Fortunatamente, però, il nostro universo è l'universo Marvel... così essere al 100% accurati non era necessario.
Sempre restando su Ant-Man, apprezzando il lavoro di modellizzazione matematica necessario per produrla, potrebbe essere interessante per i nostri lettori approfondire il metodo di lavoro per la sua progettazione e realizzazione. Potete parlarcene nel dettaglio?
Effettivamente abbiamo lavorato al contrario. Abbiamo pianificato le nostre mosse e quindi portato a termine la matematica successivamente. Abbiamo utilizzato la superficie dell'erba come nostro zero; qualunque cosa sopra è positiva e qualunque cosa sotto è negativa.
Andy Zazzera, direttore CG del lavoro, il nostro brillante matematico malvagio ha fatto tutte le stime. (Ancora una volta, nulla è esatto poiché il nostro mondo è finto... ma la matematica è corretta).
In origine avevo intenzione di chiedere esplicitamente dei dettagli matematici, ma alla fine ho optato per le due domande di cui sopra. La matematica della modellizzazione computerizzata è, invece, come ho superficialmente scritto tempo addietro, basata su curve di Bézier e continuazione numerica.

domenica 24 gennaio 2016

Dal Calisota a Venezia su Topolino #3139

La brevisione del Topolino #3139 di questa settimana è centrata sulle due storie di apertura. In una prima versione mi ero concentrato sulla prima, facente parte della serie de Le strabilianti imprese di Fantomius, ma dopo un successivo ripensamento, ho optato per approfondire soprattutto la seconda, ambientata a Venezia. In questo post leggermente più esteso rispetto alla versione che andrà effettivamente online recupero quella prima versione:
Una nave della regina Elisabetta I si avvicina alle coste di Nuova Albione, lì dove sorge il borgo che diventerà Paperopoli. A bordo della nave il pirata sir Francis Drake inveisce contro il Duca Pazzo, ovvero Richard Quackett.
Marco Gervasio continua l'opera di inserimento di Fantomius all'interno della continuity di Barks-Rosa, sia assegnando all'avo di Fantomius il ruolo del Duca Pazzo, costruttore del maniero citato ne Il castello del duca pazzo di Carl Barks, sia incrociando la strada dei Quackett con quella di Francis Drake, più volte citato dall'Uomo dei Paperi e che secondo Don Rosa costruì il Forte Paperopoli il 17 giugno del 1579.
La storia scritta da Gervasio è abbastanza ordinaria, sviluppandosi tra la trama ambientata nel passato e il furto nel presente di Fantomius: i due soggetti si intrecciano per risolversi insieme, senza riuscire a proporre un qualche reale guizzo narrativo, a parte qualche divertente battuta che riesce a strappare un paio di sorrisi. Sembra quasi che la serie stia procedendo stancamente, adagiandosi su una struttura consolidata, mentre la trama generale si sviluppa lentamente verso lo scontro con un avversario vicino al ladro gentiluomo.
Come già rilevato per Gli anelli di Cagliostro, anche sul lato grafico c'è ben poco da segnalare, a parte l'interessante interpretazione di Francis Drake, leggermente più piratesca e spigolosa rispetto a quella di Don Rosa.

martedì 19 gennaio 2016

L'ultimo caso di Sherlock Holmes

Come già scritto, all'interno del canone holmesiano il professor Moriarty costituisce un'anomalia: personaggio ideato appositamente per chiudere i conti con Holmes, divenne l'antagonista per eccellenza del detective privato.
Proprio l'anomalia dell'Ultima avventura aveva ispirato Nicholas Meyer per La soluzione sette per cento, romanzo trasformato recentemente in un fumetto dalla IDW. Giusto alcuni anni dopo, nel 1978, anche Michael Dibdin si ispira a quel racconto per scrivere il suo contributo apocrifo al personaggio ideato di Conan Doyle.
L'ultimo caso di Sherlock Holmes è in pratica una nuova versione alternativa dell'Ultima avventura che parte più o meno dallo stesso punto di vista de La soluzione al sette per cento: Holmes, preda degli effetti collaterali dovuti all'abuso della cocaina, un modo per supplire ai periodi di inattività dall'attività investigativa, in pratica idea il professor Moriarty come suo fantomatico avversario.
La sfida con Moriarty, quindi una sfida di Holmes contro se stesso, si intreccia con l'indagine sugli omicidi di Jack lo squartatore, il famigerato serial killer di White Chapel, che per Dibdin è Holmes stesso in quella che alla fine può essere considerata come una variazione sul tema de Il caso del dottor Jekill e mister Hide. Holmes viene tratteggiato con una doppia personalità: da un lato l'investigatore che tanti lettori hanno amato, dinamico e intelligente pronto ad affrontare nuove indagini apparentemente impossibili; dall'altro un lucido assassino seriale ossessionato e pericolosissimo.
Al di là della soluzione forse un po' troppo radicale per essere completamente accettata dai fedeli lettori del canone holmesiano, il romanzo, in una maniera sottilmente intelligente, avvicina Holmes alla principale ispirazione di Doyle per la sua creazione, il dottor Joseph Bell di cui sir Arthur fu assistente e quindi amico, oltre che il probabile collaboratore durante le indagini su Jack lo squartatore. Infatti proprio Bell era il consulente per le indagini sugli omicidi di White Chapel: a tal proposito la leggenda racconta che Bell e Doyle scoprirono l'identità di Jack, ma la loro soluzione venne secretata, alimentando così l'idea che dietro quegli efferati omicidi c'era una personalità vicina alla casa reale. L'identificazione di Jack con un Holmes dalla doppia personalità invece sembra dare alle voci che vorrebbero Conan Doyle come il vero Jack il giusto posto: all'interno di un romanzo.
Elenco di romanzi, giochi e altro su Holmes contro Jack lo squartatore